Un mestiere che si lavora ancora sull'uscio di casa
Se salite nel centro storico di Castelsardo in una mattina qualsiasi, prima o poi vi capiterà: una donna seduta davanti alla porta, un fascio di foglie a mollo in un secchio, le mani che girano senza bisogno di guardare. È la scena che rende questo borgo la capitale sarda dell'intreccio. Non è una messa in scena per i visitatori: è un lavoro che qui si tramanda da generazioni, quasi sempre per via femminile, dalla nonna alla nipote, e che continua a produrre oggetti veri, usati nelle case. Noi ospitiamo a Castelsardo dal 2000 e ci siamo accorti che, dopo il castello, è la cosa che gli ospiti fotografano di più: non un monumento, ma un paio di mani al lavoro.
Le piante che diventano cesto
La materia prima cresce qui intorno. La più identitaria è la palma nana, il ventaglio spinoso che ricopre le coste rocciose fra Castelsardo e Alghero: le sue foglie giovani, aperte e divise in strisce sottili, danno un materiale chiaro, elastico e resistente. Accanto a lei lavorano l'asfodelo, i cui steli diventano l'anima nascosta del cesto, il giunco e la canna delle zone umide, la rafia usata soprattutto per le decorazioni colorate e il legno d'olivastro per manici e strutture. Ogni pianta ha il suo calendario di raccolta e la sua preparazione: steli e foglie vengono puliti, selezionati e fatti essiccare, poi reidratati con acqua solo al momento di intrecciare, perché è l'umidità a renderli docili sotto le dita.
La spirale: come nasce una corbula
La tecnica usata a Castelsardo è quella detta ad accrescimento continuo. Il cesto non si costruisce a incroci, come una stuoia: si avvolge. Un'anima di steli, asfodelo o canna o paglia di grano, viene fasciata strettamente con le strisce di palma e disposta in spirale, e a ogni giro un punteruolo appuntito apre il varco per fissare il nuovo anello a quello precedente. Il cesto cresce così, un giro alla volta, e la forma dipende solo da quanto la mano allarga o stringe la spirale. I nomi sardi distinguono le famiglie principali: sa corbula, la grande ciotola a campana rovesciata usata per il pane, la pasta e la frutta, talvolta chiusa da un coperchio decorato; sa canistedda, il canestro piatto; sa pischedda. I disegni geometrici non sono dipinti dopo: nascono dall'alternanza dei materiali durante l'avvolgimento.
Il museo dentro il castello
Il Castello dei Doria, in cima al borgo, ospita il Museo dell'Intreccio Mediterraneo, uno dei musei più visitati dell'isola. La scelta della sede dice già molto: non un magazzino etnografico in periferia, ma la fortezza che domina il Golfo dell'Asinara. Dentro, gli oggetti sono ordinati per funzione, dal pane alla pesca, dall'agricoltura alla pastorizia fino alla vita domestica, e messi a confronto con quelli di altri paesi affacciati sullo stesso mare, perché intrecciare fibre vegetali è un gesto mediterraneo prima ancora che sardo. È una visita breve, adatta anche ai bambini, e dopo averla fatta si guardano i cesti delle botteghe con occhi diversi: si riconoscono i materiali e si capisce quante ore di lavoro ci sono dentro. Della fortezza parliamo anche in questo articolo sul Castello dei Doria.
Comprarne uno, e portarselo a casa
Un cesto di Castelsardo è il souvenir meno banale che possiate scegliere, a patto di fare due domande. La prima: di che materiale è fatto. Chi lavora davvero risponde subito e spesso vi mostra il fascio di foglie ancora bagnato. La seconda: quanto tempo ci è voluto. Una corbula grande può richiedere giorni di lavoro, e il prezzo di conseguenza non può essere quello di un oggetto industriale importato: se costa quanto una pizza, non è nato in questi vicoli. Per il viaggio di ritorno ricordate che i cesti sono leggerissimi ma non si comprimono: portateli in cabina, oppure riempiteli di vestiti e usateli come contenitori dentro la valigia. E finché siete nostri ospiti teneteli pure in uso in casa: reggono benissimo il pane e la frutta del mercato. Le altre cose che vale la pena vedere qui intorno le trovate nella pagina dintorni.
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